Un anno fa, di questi giorni, entravano nelle nostre case le immagini di migliaia di monaci buddisti, scalzi e a mani nude, nelle loro tuniche color zafferano, in corteo nelle strade delle città birmane. Protestavano contro un violento rincaro dei prezzi che rendeva ancora più penose le condizioni di vita quotidiana di una popolazione già frustrata dalla povertà e dall’oppressione della dittatura. La protesta dilagò per settimane in tutto il paese. Fino a che la giunta militare – inizialmente sorpresa e incerta di fronte a quel moto di popolo – lo soffocò con la violenza. L’indignazione fu enorme. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condannò la repressione. Il Segretario generale Ban Ki Moon nominò un Rappresentante speciale, Ibrahim Gambari, con il compito di promuovere e favorire una stagione di riconciliazione nazionale e di transizione democratica. Stati Uniti, Unione Europea e altre nazioni occidentali adottarono sanzioni. L’Asean – l’associazione regionale dei Paesi del Sud-est asiatico – e i principali Paesi della regione, pur non adottando sanzioni, chiesero la fine della repressione e l’avvio di un dialogo tra Giunta e opposizione democratica guidata da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader di quella Lega Nazionale per la Democrazia (Ndl) che nel ‘90 aveva ottenuto una schiacciante vittoria elettorale, subito soffocata dai militari. Nelle settimane immediatamente successive alla repressione la Giunta – consapevole e preoccupata dell’assoluto isolamento internazionale in cui era precipitata – fece qualche timida apertura: Gambari potè visitare il Paese, ottenendo la liberazione di gran parte degli arrestati, incontrando Aung San Suu Kyi e promuovendo l’avvio di colloqui tra un rappresentante della Giunta e la stessa Aung San Suu Kyi, che ebbe anche la possibilità di riunirsi – per la prima volta dopo anni di isolamento – con i pochi dirigenti della Nld ancora in libertà.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78464